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Il Teatro della Corte sedotto da Mirandolina, "La Locandiera" di Goldoni

Dal 1751, Mirandolina continua ad insegnare a uomini e donne l’arte della seduzione: la Locandiera conosce i segreti del cuore e della conquista meglio di qualsiasi psicologo, ed è capace di far girar la testa ad ogni maschio catturato dalla sua irresistibile orbita.
La sua arma è una sensualità delicata, che accenna soltanto alle gioie della carne e gioca – piuttosto – sulle allusioni, sull’orgoglio di chi le sta di fronte e soprattutto sul sottile gusto di piacere.
La femminilità, vista in ogni sua declinazione, è al centro di questa commedia “evergreen” andata in scena con grande successo al Teatro della Corte di Genova; la regia di Pietro Carriglio, assai fedele al testo – unica licenza, la riduzione da tre a due atti – porta sul palco le vicende sentimentali che si susseguono nel ristoro fiorentino gestito dalla protagonista, puntando prevalentemente sulla verve dei personaggi, ma soprattutto sul meccanismo perfetto orchestrato dal grande drammaturgo veneziano.
In questa versione del Teatro Biondo Stabile di Palermo, le scenografie minimali sono funzionali ad esaltare le ottime prove degli attori, che calamitano l’attenzione del pubblico grazie ad una prossemica perfetta ed interpretazioni decisamente azzeccate, su tutte quelle di Galatea Ranzi nei panni del protagonista e di Luca Lazzareschi, un Cavaliere di Ripafratta intimista e sconvolto dai dubbi sentimentali.
Mirandolina è stata creata durante il canto del cigno dell’Ancièn Regime, il cui crollo imminente è testimoniato dalle figure dell’aristocrazia decadente: il Marchese di Forlipopoli e il Conte d’Albafiorita, indelebilmente macchiati dalle loro piccolezze e meschinità, che sfigurano di fronte all’ascesa dei valori borghesi, primo fra tutti, il matrimonio.
L’autore anticipa le peculiarità e i caratteri della donna moderna, che non guarda in faccia maschilismo e classi sociali, restando fedele soltanto a se stessa e a colui che sceglierà.
Una figura di transizione, che pur non rompendo completamente con un passato consolidato da secoli, cala in tavola carte inedite e sfrontate, molte delle quali vengono ancora giocate da signore e signorine del 2010.
Vista con gli occhi di oggi, “La Locandiera” assume però una valenza differente da quella che Goldoni aveva attribuito ad una delle sue più celebri creature: nell’intento dell’autore, c’era la volontà di moralizzare il pubblico maschile, mettendolo in guardia sull’ipocrisia e l'opportunismo dell'altra metà del cielo, denunciandone il fascino come una dote pericolosa.
Invece, il pubblico della Corte - e degli altri teatri in cui questo classico continua ad allietare gli appassionati del sipario - gusta fino all’ultima battuta lo spirito delle dinamiche sottili dell’eros.
Resta, comunque, indiscutibile la maestria di uno dei più importanti commediografi del nostro paese, capace di conoscere e rappresentare i segreti più nascosti dell’animo umano: una dote, questa, che appartiene soltanto ai più grandi fuoriclasse dell’arte del palcoscenico, rendendone le opere impermeabili al tempo che scorre.




15/03/2010 12:00:00
Chiara Tenca







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